Giuseppe Lanzi

Giovane, un posto di grande responsabilità all’estero in una società di assicurazioni poi la svolta: mettersi al servizio dei più bisognosi. Giuseppe Lanzi, 34 anni, è ormai un punto di riferimento insostituibile per il pianeta-solidarietà in giro per il mondo.
Si definisce “cittadino del mondo” e non è facile riuscire a metterlo nell’angolo anche solo per fargli quattro domande.
Negli ultimi mesi è passato dall’Albania alla Florida, dall’Ungheria al Sud Africa ed ora è di ritorno da una missione che lo ha portato in Messico, Guatemala, Venezuela, Colombia, Argentina e Cile…
Giuseppe Lanzi, fioranese trentaquattrenne, cooperatore internazionale, da anni si occupa di cooperazione allo sviluppo nei Paesi del terzo mondo.
“E’ iniziato tutto per caso quando la Caritas di Piacenza mi ha chiesto di andare a fare una valutazione di intervento in Albania. Non avrei mai immaginato di trovare una povertà così grande nel centro dell’Europa. Proprio mentre ero a Shkoder è iniziata la tragedia del Kosovo e così la partenza è stata rimandata più volte; le tre settimane previste sono diventate 3 anni ed ho dato una mano a creare la Caritas locale. Sa che molti modenesi li ho conosciuti in Albania: Don Adriano che ora è il mio parroco a Fiorano, l’ho conosciuto al famoso Campo Modena di Scutari. Stessa cosa per l’assessore Caldana e per i tantissimi volontari modenesi che si sono alternati al Campo e per i tuoi colleghi della Gazzetta e del Carlino che usavano la nostra connessione per mandare i pezzi ai giornali.
Un ricordo speciale a due medici modenesi: Chiara e Micaela; giù non usavamo cognomi. Ricorderò sempre il primo convoglio modenese guidato da De Pietri; mi hanno avvicinato per chiedermi una informazione e non sapevano che lingua usare; immaginati la sua faccia quando gli ho risposto in dialetto…”.
Allora sono ancora forti i legami con la città natale?
“Ad essere sinceri, proprio grazie all’Albania questi legami si sono molto rinforzati: sia la Caritas Modenese che il Comune di Modena hanno sostenuto economicamente alcuni progetti in Albania; ora i legami sono molto forti e, sebbene io non sia più in Albania, i rapporti vanno avanti. Sia il vescovo che il sindaco di Modena sono molto sensibili alla realtà balcanica e ricordo come venne accolto Mons. Massafra vescovo di Scutari quando venne personalmente a ringraziare la città e la diocesi per gli aiuti”.
Dici che non sei più in Albania, di cosa ti occupi ora?
“Terminata la collaborazione con la Caritas Albania, sono stato chiamato dai Missionari Scalabriniania per portare avanti alcune cose; sono stato in Sud Africa per porre le basi a due progetti: uno di formazione al lavoro e sviluppo di impresa, l’altro più specifico sulla realtà dei rifugiati. Solo nella città di Cape Town vi sono 25.000 profughi delle guerre panafricane. Il Sud Africa, sebbene sia il Paese più “ricco” del continente africano è ad un punto di svolta che necessita essere sostenuto dalla comunità internazionale; o fa il salto di qualità o rischia di cadere fino alle guerre tribali. Ho letto con piacere proprio sulla Gazzetta, che anche il Comune di Sassuolo ha avviato qualcosa in Sud Africa. Sono esempi positivi che mi auguro vengano seguiti da tutte le amministrazioni comunali e provinciali. Grazie alla legge sulla cooperazione internazionale decentrata si possono fare delle belle cose concrete”.
Torniamo a te: quale è il legame con gli scalabriniani?
“I missionari scalabriniani nascono da una intuizione dell’allora vescovo di Piacenza, Mons. Scalabrini nella metà del XIX secolo. Rendendosi conto che una gran parte dei suoi fedeli emigrava verso le Americhe, mons. Scalabrini fonda una congregazione di missionari per gli italiani in emigrazione. Intorno alla metà degli anni Sessanta il salto di qualità: non più solo per gli italiani ma per tutti i migranti. Di fatto oggi credo possano essere considerati i più grandi esperti di mobilità umana. Solo ad esempio i loro Centri Studi Migrazione: Roma, Parigi, San Paolo, New York, Manila, Buenos Aires, le loro pubblicazioni e, in Italia, il Meeting internazionale sulle Migrazioni che si è appena chiuso a Loreto; è già alla quinta edizione e con partecipazioni illustri: quest’anno il Card. Tonini, l’on. Bindi, l’on. Volontè, e Pezzotta della Cisl. Senza contare i messaggi di Prodi, Ciampi e Casini. Io li ho conosciuti in Germania da emigrante e mi ha colpito il loro modo di porsi con l’uomo in emigrazione; approfondendo poi la figura di Scalabrini è molto facile rimanerne colpiti; di fatto hanno cambiato la mia vita”.
In Germania cosa facevi?
“Credo che qualche collega si stia ancora chiedendo cosa mi sia capitato e se sia impazzito: ero il responsabile per il mercato tedesco di una grande compagnia assicurativa italiana…”.
Un bel cambio, torneresti indietro?
“No di certo; nella cooperazione internazionale ho trovato la mia “dimensione” anche se, da cattolico, preferisco dire che ho scoperto la mia vocazione”.
Il periodo Albanese ha però avuto una pausa di sei mesi… Roma?
“Vedo che alla Gazzetta vi informate bene… ma non è un segreto. Sì, venni richiamato a Roma per la Giornata Mondiale della Gioventù dove ho ricoperto il non facile compito di responsabile della Logistica e della Ristorazione; modo un pò pomposo per dire che abbiamo dovuto dare da mangiare a due milioni di persone per l’incontro con il santo padre. Difficile? Sì, senza dubbio l’incarico più duro della mia vita ma solo chi era a Tor Vergata può capire quanto ne sia valsa la pena!”.
Tre mesi in America Latina… perché?
“Gli scopi erano due: analizzare le problematiche dei “desplazados”, quelle delle frontiere, vedere come implementare le “Casa del Migrante” degli Scalabriniani e identificare delle realtà ove inviare dei volontari europei per dei periodi più o meno lunghi preceduti da un tempo di formazione. Si voleva anche raccogliere del materiale sulla frontiera Usa-Messico; tutti conoscono il muro di Berlino ma le centinaia di chilometri di muro tra Messico e Stati Uniti e la morte dei migranti in questa frontiera non la conosce nessuno. Perché non organizziamo un incontro di sensibilizzazione anche a Modena? Devo proporlo a Caldana e don Adriano…”.
Da questo la Mostra del Meeting di Loreto…
“Chiariamo innanzitutto che io non sono un fotografo professionista; ho la passione della fotografia digitale; l’idea di esporre le mie fotografie è di P. Beniamino Rossi, superiore europeo degli scalabriniani. E’ vero che sono piaciute ma – soprattutto – hanno fatto discutere. Per questo però devo ringraziare Franco Franchini, lui sì fotografo professionista, che mi ha aiutato a comporre le immagini in pannelli da un metro e mezzo per un metro che a volte sono dei veri pugni nello stomaco… come la realtà della emigrazione! Certo che mi fa piacere che sia piaciuta come anche che entro la fine dell’anno verrà replicata a Milano presso la sede del settimanale Vita, peccato perchè io sarò in Sud Africa. Se poi a qualcuno interessa, possiamo anche portarla a Modena”.
Quale è stavolta il progetto?
“Nel primo viaggio abbiamo solo ipotizzato un intervento; questo è stato approvato ed ora è il momento di iniziare; appena arrivo a Cape Town acquisteremo una struttura del vecchio porto che sarà la sede per la scuola e le varie attività. Il mio compito sarà quello della ristrutturazione, quello della formazione dello staff locale e soprattutto la ricerca di fondi per andare avanti. E’ vero che partiamo ma siamo ancora ben lontani dall’aver raggiunto il budget. Mi piacerebbe poter fare come in Albania per il Progetto Bottega dove un gruppo di Comuni, qualche Regione e Provincia, Università, Scuole e altre istituzioni italiane si mettono in rete con quelle locali per sostenere il progetto. Ovviamente il progetto sarà aperto anche a delle esperienze di volontariato”.
Stai lanciando delle provocazioni agli enti locali modenesi?
“Sì e molto esplicite. So che a Modena ci sono delle risorse incredibili e in diversi campi. Non sono riuscito ancora a prendere dei contatti diretti ma conto di farlo al più presto. Se poi qualcuno volesse farsi avanti è più che benvenuto. Non è solo il denaro che serve: penso a tutto il know how che potrebbe essere trasferito alle piccole aziende che andremo a creare. Indipendentemente dal settore, realtà come Assopiastrelle, Api, Camera di Commercio, Scuole professionali possono darci una grande mano. Nulla vieta poi che a latere dell’intervento si sviluppino degli autonomi canali commerciali che avvantaggino tutte le parti. L’università poi può davvero aiutarci a strutturare un intervento che non sia nè colonialista nè assistenzialista. Puntiamo ad un intervento che sia sostenibile nel tempo. Ambizioso? Chi non sogna non realizza nulla!”.
Qui si chiude l’intervista con questo vero e proprio giramondo; di provocazioni ne ha lanciate tante e se qualcuno volesse raccoglierne lo può contattare alla e-mail [email protected]
(8 settembre 2002)
Nella foto: Giuseppe Lanzi a Cape Point in Sud Africa, dove sta avviando progetti di sviluppo per i bisognosi
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